Il 7 luglio 1960, George Floyd e la violenza di Stato

La violenza è un fatto politico?

Su di essa si abbatte, indistintamente, un giudizio categorico e ideologico ampiamente diffuso nella nostra società. Ad ogni bambino viene insegnato, quando deve risolvere i suoi primi conflitti in un ambiente sociale, a non usare la violenza. Ad essa vengono contrapposti il dialogo e la contrattazione, associati a valori etici assoluti. Occorre sottolineare che, durante questa prima “socializzazione” dell’individuo, si ha una trasformazione ideologica[1] di quelli che sono strumenti di soluzione del conflitto in valori etici assoluti da interiorizzare. Dialogo buono, violenza cattiva.

Per risolvere i conflitti, tuttavia, gli individui possono appellarsi a qualcuno che ha effettivamente il potere di imporre la propria volontà unilateralmente, senza ricorrere a dialogo né compromesso. È l’autorità, una figura che si pone nei loro confronti come esterna e al di sopra di essi: l’insegnante, i genitori, l’allenatore nella squadra di pallone e così via. L’individuo così impara a non imporre il proprio volere con la forza, delegando questo potere ad altri individui, la cui funzione sociale dovrebbe essere quella di utilizzarlo in maniera imparziale e giusta. Questo schema ideologico è la rappresentazione sintetica dell’accettazione dello Stato come unico titolare legittimo della forza.

La violenza esercitata dallo Stato è sempre un fatto politico: è il frutto di una scelta volta a mantenere un certo tipo di ordine, costruito sull’idea di un certo tipo di giustizia.

Ma questa giustizia non è affatto imparziale ed esterna alla società. Pur presentandosi così, essa ha la precisa funzione di mantenere un ordine sociale storicamente determinato, reprimendo ogni forza che ne metta a rischio le fondamenta. Così, in un ordine sociale ingiusto, la giustizia dello Stato diventa ingiusta.

In alcuni momenti storici, questo diventa palese. Per esempio, l’assassinio di George Floyd da parte della polizia statunitense è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso nella “più grande democrazia del mondo”.

È solo uno dei tanti omicidi perpetrati ai danni della fascia di popolazione più svantaggiata degli USA. Mentre viene sottolineato soprattutto l’aspetto razziale della vicenda, spesso si trascura quello classista. Le due questioni si intrecciano (la fascia più povera della popolazione, negli Stati Uniti, coincide in gran parte con quella di discendenza afroamericana), ma bisogna osservare come la repressione poliziesca, per proteggere la società, si applichi a quella parte di popolo che viene privata dalla società stessa della possibilità di vivere una vita dignitosa. Così viene reso palese che le forze dell’ordine operino nel mantenimento di un ordine sociale basato su un classismo esasperato e sulla divisione razziale.

Quanto più si formano dei movimenti organizzati che si attivano nella protesta contro l’ingiustizia, tanto più si inasprisce la repressione nei loro confronti da parte della polizia, che difende quel sistema sociale ingiusto.

Possiamo anche pensare ad esempi ben più vicini a noi. Ecco un caso recente, raccontato dal sindacato Si Cobas, che riguarda i lavoratori della TNT FEDEX di Peschiera Borromeo. Questi si erano radunati in sciopero davanti ai cancelli dell’azienda a seguito del licenziamento di 66 dipendenti, “spremuti come limoni (con un salario da fame) durante tutto il periodo del Lockdown, e grazie ai quali è stata possibile la fornitura di beni di prima necessità”:

“Poteva sembrare finalmente uno sbocco positivo a questa vertenza sindacale ma mentre aspettavamo il risultato delle interlocuzioni in prefettura la polizia ha improvvisamente incominciato ad avanzare e per non offrire il pretesto a pericolose cariche in corsa tutto il folto gruppo di manifestanti si è seduto per terra.
Immediatamente abbiamo capito che l’indicazione era quella di far male e di lasciare il segno perché sono incominciati i calci i pugni e le manganellate distribuite con rabbia gratuita sulla faccia, sulla testa, sulle braccia, schiene dei lavoratori che per scelta non hanno mai opposto alcuna resistenza se non quella di tenersi stretti l’uno all’altro per resistere ai colpi.
Quando polizia e carabinieri sono riusciti a dividere in due gruppi i lavoratori in sciopero, uno stretto contro i cancelli e l’altro verso il piazzale è immediatamente partita una carica immotivata e violentissima contro chi si avvicinava ai compagni caduti per soccorrerli . E stiamo parlando di diverse persone cadute a terra che mentre cercavano di rialzarsi venivano vigliaccamente e gratuitamente colpite alla testa con i manganelli.
La carica è poi continuata spostando ancora di qualche metro il gruppo di compagni e lavoratori che arretrava verso l’esterno rivolgendo poi la loro cortese e violentissima attenzione verso il folto gruppo di lavoratori che non potevano più muoversi, schiacciati tra i cancelli e i cordoni di polizia e carabinieri”.

L’occhio vigile dello Stato non si è posato su chi è stato responsabile del progressivo smantellamento della sanità pubblica. Il suo braccio non ha nemmeno sfiorato gli imprenditori che hanno messo a rischio la salute dei propri dipendenti durante l’emergenza COVID-19, finché questi non hanno scioperato per ottenere le minime condizioni di sicurezza. Ma l’ingiusta violenza di Stato non ha esitato a colpire i lavoratori in sciopero per tutelare la loro più elementare condizione di sussistenza: il lavoro.

Così, la violenza di Stato è ingiusta, perché è di parte. Protegge con il bastone un sistema fondato sulle diseguaglianze e sullo sfruttamento, a beneficio di chi trae vantaggio dal perpetrarsi di questa ingiustizia. Nei casi in cui si formi un’opposizione che risponda alla violenza con altra violenza, questa viene demonizzata dai più autorevoli difensori del sistema sociale. Quando il monopolio statale della forza viene messo in discussione, tutto il sistema economico e sociale trema, perché viene messo in discussione il suo ultimo e più saldo sistema di difesa. Questo si è visto a seguito delle proteste avvenute negli Stati Uniti, subito demonizzate perché violente. Definendo la violenza dei manifestanti come valore negativo in sé, mentre in realtà se ne critica l’appropriazione da parte delle masse in ribellione contro un sistema ingiusto. Chi definisce “violenza politica” solo quella dei manifestanti, si dimentica che la violenza è sempre un fatto politico. L’esplosione di violenza disorganizzata della popolazione in rivolta non è stata altro che la risposta alla continua violenza organizzata della società nei loro confronti.

Tra qualche giorno sarà il sessantesimo anniversario della strage del 7 luglio. Questa ricorrenza viene affrontata ogni anno nel ricordo delle vittime, della loro tragica morte nella piazza di Reggio Emilia.

Allora, la polizia sparò su manifestanti disarmati, con l’obiettivo di uccidere gli oppositori politici al governo monocolore clerico-fascista della Democrazia Cristiana appoggiata esternamente dal MSI. In quel momento storico, fu chiaro a tutti che la violenza fosse politica. Raramente, però, la memoria di questa vicenda riesce ad animare uno spirito riflessivo sull’oggi. Le vicende del 1960 avvennero all’interno di una delle grandi “democrazie occidentali”, come le chiamano i politologi. Per certi aspetti, forse, allora l’Italia era anche più democratica di oggi: la partecipazione dei cittadini alla vita collettiva del Paese era maggiore; esisteva un movimento di rinnovamento sociale guidato dal PCI; la CGIL otteneva buoni risultati per il miglioramento dei diritti sociali, che all’epoca erano in espansione grazie alle lotte organizzate dei lavoratori. Oggi tutto questo non c’è più, ma resta l’ingiustizia che è il fondamento di questo sistema: il progressivo annullamento dei diritti sociali, l’aumento delle disuguaglianze economiche e, non da ultimo, la repressione delle fasce della popolazione più deboli e contro i manifestanti, anche grazie al Decreto Sicurezza del governo M5S-Lega.

Lo spirito con cui invitiamo a presentarsi in piazza, in questa giornata, è quello di una coscienza della necessità di cambiare questo sistema.

Bisogna avere la consapevolezza che la violenza di Stato, quando ad ogni cittadino risulta essere palesemente ingiusta, non è semplicemente causata da singoli individui che agiscono in maniera sconsiderata, ma è frutto di un sistema che la concepisce proprio per svolgere quel ruolo. Non è frutto di errori, ma di precisi interessi e di volontà politica. Insomma, non sono alcune mele ad essere marce: è l’albero ad essere cattivo, fin dalle radici.

Note

[1] “ideologica” nel senso marxiano del termine: una maschera di valori e princìpi etici, presentati come eterni e assoluti, che in realtà sono costruiti per sostenere e giustificare un insieme di rapporti sociali storicamente determinati.

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