7 luglio 1960: per cosa sono morti quei ragazzi?

“Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa, fuori a cantar con noi bandiera rossa”, sono passati 60 anni da quegli eventi che insanguinarono le strade della nostra città, eppure le celebri strofe della canzone dedicata ai 5 reggiani uccisi il 7 luglio 1960 risuonano quanto mai lontane, legate ad un’epoca che probabilmente i nostri concittadini non sentono affatto appartenergli.

60 anni è un ” pezzo” di storia non breve, ma nemmeno sufficiente a giustificare come nelle nostre scuole ad esempio, di quanto avvenuto nel luglio 1960 a Reggio Emilia, non vi sia la minima menzione e questo non da oggi.

Fatti lontani non solo nel tempo, ma soprattutto culturalmente e anche politicamente, senza che alcuna giustizia sia stata fatta. Si sono succeduti timidi impegni a riguardo, anche recentemente, addirittura promesse, sempre rimaste disattese in anni più lontani. Tuttavia è rimasta sostanziale la volontà politica di non arrivare ad alcun tipo di giustizia. Eppure Farioli, Franchi, Tondelli, Serri e Reverberi in piazza sono morti per le idee in cui credevano, erano tutti e cinque comunisti, tre di loro addirittura erano stati partigiani. Sapevano che durante quel luglio 1960 era in atto un disegno politico ben preciso, attraverso il quale reprimere non solo il dissenso popolare, ma ancor più gravemente archiviare quel patto giurato sancito con la Resistenza antifascista, ossia la Costituzione.

La “ribellione” di quel torrido luglio, non fu quella della sola generazione con le magliette a righe, come spesso si tende a derubricare, lo fu invece di tutto il nostro popolo da nord e sud del Paese: Genova, Roma, Licata, Reggio Emilia.

Il 30 giugno iniziarono le mobilitazioni a Genova del PCI e dell’ANPI per impedire lo svolgimento del Congresso del MSI nella città medaglia d’oro per la Resistenza, che andarono avanti fino al 3 luglio, dopo quattro giorni di scontri e tensione, culminati con l’annullamento del provocatorio congresso dei fascisti.

A Licata il 5 luglio venne ucciso un manifestante e ne furono feriti 24. Nello stesso giorno a Ravenna gruppi di fascisti incendiarono la casa del comandante partigiano Arrigo Boldrini, presidente nazionale dell’Anpi.

A Roma il 6 luglio a Porta San Paolo fu indetta una manifestazione contro il governo, vietata dalle forze dell’ordine, venne ugualmente organizzata, con conseguenti feriti e arrestati tra quanti si opponevano al governo sostenuto con i voti determinanti dei fascisti del MSI.

A inconfutabile conferma di quanto queste mobilitazioni fossero estese, vi è la variegata eterogeneità di quei cinque nostri concittadini uccisi in tempo di pace, la cui età era compresa tra i 19 e i 41 anni:

Lauro Farioli (1938) operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino;
Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti;
Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli;
Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76^ SAP, era il quinto di otto fratelli;
Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi, era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.

I morti di Reggio Emilia del 7 luglio 1960
I morti di Reggio Emilia del 7 luglio 1960

Un popolo dunque, che aveva buona memoria e che ben sapeva cosa significasse sdoganare i fascisti ad appena 15 anni dalla fine della guerra voluta proprio dal fascismo e da Mussolini.

E non casualmente lo sapeva altrettanto bene la DC, il potere politico del tempo, con il sostegno del Vaticano e del governo degli Stati Uniti d’America, ma soprattutto il presidente del consiglio Tambroni che, sull’onda dello sdegno popolare, dovette dimettersi. Per chiudere quel cerchio reazionario, mancò tuttavia il non aver capito quanto il nostro popolo fosse unito e consapevole che la strada del consolidamento e dell’attuazione della Costituzione era la sola da percorrere per il progresso sociale del nostro Paese.

Quel disegno politico non venne però archiviato, ma riproposto con ancor più folle violenza, circa 10 anni dopo a Piazza Fontana, poi a Piazza Loggia e quindi alla stazione di Bologna. Oltre dieci anni che flagellarono la piazze italiane, attraverso l’uso indiscriminato delle bombe: una vera e propria guerra ai civili.

Le stragi fasciste, accomunate ai fatti di Reggio per gli stessi depistaggi, le collusioni politiche dello Stato con gli assassini e i mandanti e la medesima mancanza di giustizia per gli innocenti che pagarono colpe che non avevano. Il 7 luglio 1960 è un storia che parla al presente, oggi, ancor di più che in passato, prima di tutto per il revisionismo storico attraverso il quale si tenta di adombrare la gravità dei fatti e le responsabilità politiche. Addirittura attraverso la provocazione, quelle responsabilità si pretende di sovvertirle da parte di quella impenitente destra, ancora oggi orgogliosamente fascista. Ed in secondo luogo perché si sta perdendo nell’indifferenza quanto invece i caduti del luglio reggiano sapevano dovesse essere difeso ancora una volta, come durante la Resistenza: i diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, la sanità pubblica, il ripudio della guerra, il rispetto e l’attuazione della Costituzione. Memori di quel passato che non dovremo permettere a nessuno di far ritornare.

One thought on “7 luglio 1960: per cosa sono morti quei ragazzi?

  • Luglio 1, 2020 in 12:18 pm
    Permalink

    “LA STORIA ESISTE SOLO SE QUALCUNO LA RACCONTA” è una necessità che in questo Paese che si ritiene democratico, per il revisionismo storico che sta emergendo e per una classe politica rivolta sempre più al mantenimento dei privilegi e povera di cultura storica, si sta sgretolando. La memoria non trova spazio e onorare tutte le persone che hanno dato la vita per difendere diritti e democrazia diventa sempre più difficile. L’auspicio e l’obiettivo di questo volume è che possa arrivare ai giovani e a tutti quei ragazzi che abbiano voglia di sapere cosa successe a Reggio Emilia il 07/luglio/1960, una vicenda che ha sconvolto la vita di 5 famiglie

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *