Lauro Farioli

E’ in Piazza Cavour quel 7 Luglio 1960 che la strage avviene, avviene a suon di proiettili, gli spari della polizia sono ad altezza uomo e le persone rimangono incredule, ferme sotto i portici dell’isolato San Rocco. La testimonianza raccolta da Nori è quella di Giuliano Rovacchi, presente al momento dei fatti poiché sceso in piazza a fianco dei giovani “delle magliette a strisce” per manifestare contro il governo Tambroni: ed è lì, al fianco dei compagni, che assiste alla morte di uno di loro, Lauro Farioli.

Lauro era un operaio, iscritto come gli altri caduti al PCI, che viene ucciso a soli 22 anni lasciando la moglie e un figlio.

Rovacchi di lui racconta che, durante gli spari, il giovane Farioli rimane incredulo, ma invece che scappare o ripararsi, decide di affrontare i poliziotti, disarmato, con il solo intento di farli ragionare, di calmarli, forse di fermarli. E’ qui che Rovacchi continua con queste parole: “Quando rivolsi di nuovo lo sguardo su di lui, con l’intenzione di invitarlo a mettersi al riparo, sentii una raffica di mitra. L’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso, con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca”. (P. Nori, “Noi la farem vendetta”, 2006.)

Lauro Farioli viene inutilmente soccorso
Lauro Farioli viene inutilmente soccorso

Lauro Farioli, insieme ai suoi fratelli Costantino e Dante, è operaio nell’impresa edile da loro fondata ed è suo fratello maggiore Dante che comincia a far politica a San Bartolomeo, nella prima campagna reggiana, dove diventa segretario del FGCI. Lauro lo segue, lo imita e non può rimanere a casa quel 7 luglio del 1960 nonostante Dante capisca fin da subito che quello sciopero non sarebbe stato tranquillo: “era brutto, come clima”, riporta sempre Nori.

Nonostante questo avvertimento, entrambi i fratelli decidono di andare a Reggio, scendono in piazza a protestare contro l’ingiustizia di un governo di matrice fascista che in Italia, ma soprattutto a Reggio Emilia, una delle città più importanti per i valori della resistenza, non poteva certamente essere taciuta.

Lauro purtroppo non tornò mai più a casa. Come riporta l’altro fratello Costantino, sempre dal libro di Nori, “E’ stato colpito nelle gambe e nel cuore. Si vedevano i buchi. E io ho guardato bene, lì sul tavolaccio, alla camera mortuaria, aveva i buchi in una gamba, nell’addome e nel cuore”.

Lauro cade, come il compagno Serri, sul sagrato della chiesa di San Francesco in piazza Cavour, successivamente rinominata “Piazza Martiri del sette Luglio”. A questo proposito il figlio Ettore in occasione dei 50 anni dalla morte di suo padre dirà: “Se ci fosse stato il portone della chiesa di San Francesco aperto, forse oggi non sarei il figlio di un martire. Mio padre è caduto, morto, sul sagrato. Mentre cercava di entrare […]. Era tutto premeditato. I portoni delle chiese quel giorno erano chiusi, più di una persona me lo ha confermato. Il primo tentativo di mio padre è stato quello di entrare in San Francesco. Poi è caduto sul sagrato. Non potrò mai vedere la chiesa come un’istituzione al di sopra delle parti. Ma sa una cosa? Noi non ci molliamo”.

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