Il processo

Alle 16.45 del pomeriggio del 7 luglio 1960 una carica di un reparto di 350 poliziotti, al comando del vicequestore Giulio Cafari Panico, investì la pacifica manifestazione di Reggio Emilia. Anche i carabinieri parteciparono inizialmente alla carica, tuttavia il capitano Giudici che li comandava, saggiamente ritirò i propri uomini in caserma quando vide che la situazione stava degenerando, cosa che gli valse successivamente il “trasferimento” in Alto Adige. La polizia e il famigerato 2° reparto celere di Padova, agli ordini del Colonnello Pizzoni, spararono con mitra e moschetti per quasi tre quarti d’ora contro gli inermi manifestanti, dei quali saranno cinque a cadere sul selciato della piazza: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri, Afro Tondelli, Emilio Reverberi. Furono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola e addirittura una guardia di PS dichiarò di aver “perduto” 7 colpi di pistola.

Sedici furono i feriti “ufficiali”, ovvero quelli portati in ospedale perché ritenuti in pericolo di vita, saranno però centinaia, molti dei quali preferirono curarsi “clandestinamente”, allo scopo di non farsi identificare e temendo, a ragion veduta, ritorsioni.

Le cinque vittime della strage vennero seppellite insieme, con funerale laico, nel cimitero monumentale suburbano di Reggio Emilia. Piazza Cavour, una delle due piazze dove si verificarono gli scontri, venne intitolata Piazza Martiri 7 Luglio.

Il vicequestore Giulio Cafari Panico
Il vicequestore Giulio Cafari Panico

In seguito ai fatti di Reggio Emilia, in data 29 novembre 1962 la Sezione Istruttoria della Corte d’appello di Bologna rinviò a giudizio il vicequestore Giulio Cafari Panico per omicidio colposo plurimo: “Omettendo per imprudenza, negligenza ed imperizia, di prescrivere le modalità e l’uso delle armi, provocando così, per l’indiscriminato uso delle armi, la morte di quattro persone: Emilio Reverberi, Ovidio Franchi, Lauro Farioli e Marino Serri”. L’agente Orlando Celani, colui che mira in ginocchio in direzione dei giardini pubblici nella ormai tristemente nota fotografia, era invece imputato d’omicidio volontario per aver sparato contro Afro Tondelli. Dopo i morti innocenti, la beffa dello spostamento del luogo del processo. Ritenute infatti gravi situazioni esterne al processo, per motivi di legittima suspicione, il dibattimento venne celebrato davanti alla Corte d’Assise di Milano e non a Reggio Emilia. Di grave non furono però le “situazioni esterne”, bensì aver tolto al legittimo tribunale di competenza, ossia Reggio Emilia, la possibilità di processare gli imputati. Era chiara la volontà di “spostare” il più possibile le responsabilità politiche, le gravi ed evidenti responsabilità delle forze dell’ordine che ordinarono di sparare sulla folla, pacifica e non armata. Per i familiari il danno fu così doppio, oltre ad aver subito la perdita immotivata dei propri congiunti, dovettero sopportare il disagio di dover raggiungere Milano per tutto il corso del processo, con tutte le conseguenza del caso, logistiche, economiche, di comunicazione.

Era altresì evidente il tentativo di “fiaccare” la volontà di ricorrere alla giustizia da parte del familiari stessi, i quali però non hanno mai smesso di lottare per la verità e per il pieno riconoscimento degli assassini, in un percorso che si è dimostrato fin dall’inizio tutt’altro che agevole.

La Sentenza venne pronunciata il 14 luglio 1964. Il vicequestore fu assolto con formula piena, per non aver commesso il fatto, mentre l’agente venne assolto con formula dubitativa. Due anni dopo la Corte d’Assise d’Appello riformò la Sentenza assolvendo l’agente con formula piena.

“L’ho giurato a mio fratello Ovidio, quando lo baciai nella bara: lotterò fino all’ultimo respiro perché tu abbia giustizia”, così dirà Silvano Franchi.

Nel 2010, supportati dalla Cgil, i familiari hanno coinvolto l’avvocato Ernesto D’Andrea, per tentare la strada della revisione del processo, senza però alcun riscontro e nonostante una quindicina di nuove e determinanti testimonianze su quel pomeriggio.

Sono passati 60 anni, ci sono i morti, ma solo per i tribunali non esistono responsabili ed è giunto il tempo di “riparare al torto”, per poter riaprire un processo che riconosca i responsabili, non per vendetta, ma per giustizia.

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