Reggio Emilia, la Resistenza e il 7 luglio

In questa serie di articoli, che sono stati prodotti in occasione del 60 anniversario della strage compiuta nella piazza della nostra città che poi prenderà proprio il nome di piazza martiri del 7 luglio, è stato riportato più volte il contesto storico nel quale questi tragici fatti sono avvenuti. In queste poche righe, che meriterebbero un approfondimento futuro, si vuole cercare di fare un passo ancora più indietro, e cioè di capire il sentimento popolare della realtà reggiana alla luce di quanto successo durante la guerra, la dittatura fascista e la Resistenza. Un’esperienza ancora viva allora nella memoria dei protagonisti che scrissero quelle pagine drammatiche e gloriose.

Un movimento partigiano numericamente significativo inizia a svilupparsi soltanto dopo il settembre del 1943 anche nella nostra provincia, in modo particolare nella pianura. Mentre gli esponenti antifascisti si riunivano e creavano il CLN provinciale, in tutto il territorio si svolgeva intensamente il lavoro spontaneo o organizzato di contatti, di assistenza ai prigionieri alleati, di raccolta di armi, etc etc.

CLN Reggio Emilia
CLN di Reggio Emilia

La lotta armata nel piano fu organizzata e diretta da un piccolo gruppo di partigiani, tutti iscritti al PCI, ex confinati dal fascismo, combattenti repubblicani in Spagna per la Repubblica spagnola: a loro si deve il lavoro di preparazione delle forze attive alla lotta armata, la direzione della difficile attività militare, nonché lo studio della zona montana ove si sarebbe sviluppata successivamente la lotta delle formazioni garibaldine.

Partigiani fuori alla Prefettura di Reggio Emilia
Partigiani fuori alla Prefettura di Reggio Emilia

In modo particolare in montagna, prenderanno contatto con gli antifascisti comunisti alcuni gruppi guidati da parroci, dai connotati più progressisti (a Cervarolo, Don Borghi), oppure più legati ai piccoli proprietari terrieri (a Poiano di Toano, Don Orlandini). In pianura i gruppi erano più numerosi e grosso modo presenti dove esisteva un’organizzazione del PCI efficiente e dove era presente una solida base operaia e contadina.

Con le prime azione dei GAP (i Gruppi di azione partigiana), i fascisti dovettero registrare nei primi mesi di lotta diversi colpi attuati da “sconosciuti ciclisti”, su cui la stampa di regime si accaniva definendoli “sicari prezzolati al soldo nel nemico” ed invitando la popolazione a solidarizzare con le autorità denunciando gli “assassini”.

Ma i reggiani rimanevano sordi agli appelli dei fascisti, i giovani ostili al nazifascismo o i soldati renitenti alla leva della RSI vedevano un’alternativa percorribile e reale, anche se evidentemente molto rischiosa, nella resistenza alla dittatura.

Un pericolo incombente, opprimente e tangibile però che inibisce larga parte della popolazione allo spendersi per la lotta partigiana: saranno la deportazione in Germania dei soldati italiani, la mobilitazione dei giovani in primo luogo, le retate di antifascisti in luoghi pubblici e nelle vie e le rappresaglie atroci dei fascisti e dei nazisti che daranno piena coscienza del supporto da dare alla difficilissima guerra di liberazione.

Deportazione di soldati italiani da parte dei nazisti
Deportazione di soldati italiani da parte dei nazisti

Dopo le difficoltà iniziali, la lotta di liberazione diventò sempre più incisiva mettendo a dura prova fascisti e nazisti, la cui ferocia si sfogò sulla popolazione inerme. Così si poteva leggere sul giornale del Partito Fascista repubblicano, il 20 dicembre del 1943:

“ Se si vuole salvare [la Patria] si deve eliminare con tagli netti e decisi la parte invigliacchita e incancrenita che ostacola e minaccia la sua stessa esistenza: e deve farlo con coraggio, asportando se occorre anche una parte non completamente infetta”.

Quasi tutta la nostra provincia sarà segnata da lutti e stragi che dopo il 25 di aprile verranno ricordate e celebrate con manifestazioni solenni, monumenti o semplici cippi lungo le strade e le carraie ghiaiose, dall’appennino fino alle rive del Po.

Ognuna di esse racconta una storia di uomini e di donne, di Resistenza e di coraggio. Saranno più di 600 in tutta la provincia.

Soltanto per ricordare le più efferate ricordiamo la strage di Cervarolo e Monchio, de La bettola (su cui scrisse una bellissima canzone anche il gruppo musicale dei Modena City Ramblers) o l’assassinio dei sette fratelli Cervi e Quarto Camurri al poligono di tiro di Reggio Emilia. Ma potremmo elencarne molte altre, da Canolo a Reggiolo, a Legoreccio e Ciano, Fosdondo e Campagnola e così via.

La famiglia Cervi
La famiglia Cervi

E il primo dopoguerra, negli anni difficili della crisi economica e sociale che attanaglia il paese, è teatro di forti tensioni, di lotte sociali, di scioperi e di licenziamenti di massa.
Le formazioni partigiane entrate nelle forze di polizia vengono espulse, le persecuzioni giudiziarie contro i comunisti e gli operai (che spesso hanno preso parte in primo piano alla lotta di liberazione) delle pagine buie e poco conosciute della nostra storia in cui la continuità tra il vecchio regime e la nuova repubblica sono evidenti e gravissime.

Il sostegno al governo Tambroni da parte del MSI, cioè i fascisti riciclati per la nuova stagione democratica, è l’ennesima gravissima provocazione.

Così come in tutto il Paese anche a Reggio Emilia, città medaglia d’oro al valor militare, i lavoratori e, più in generale, tutti i democratici si mobilitano. Il PCI e le camere del lavoro divampano dell’odio e dell’insofferenza verso i traditori fascisti, gli aguzzini in camicia nera di cui tutti ricordano le nefandezze, e verso una Repubblica che pensavano, volevano, diversa.

Per questo in migliaia riempirono quella piazza.
In 5 non fecero ritorno.

“Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo giù in Sicilia,
son morti dei compagni per mano dei fascisti.

Di nuovo come un tempo…”

 

Fonti

Guerrino Franzini, Storia della resistenza reggiana, Edito ANPI Reggio Emilia

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