Chi era davvero Giorgio Almirante?

Almirante ha lavorato incessantemente per costruirsi la fama di grande politico, fedele alle istituzioni repubblicane italiane, tanto da ottenere l’apprezzamento anche di molti esponenti politici, tra cui ad esempio Giorgio Napolitano, che nel 2014 dichiarò: «Almirante ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano periodicamente a emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi anche se spesso aspro nei toni. È stato espressione di una generazione di leader che hanno saputo confrontarsi mantenendo un reciproco rispetto a dimostrazione di un superiore senso dello Stato».

Rivediamo quindi un riassunto della brillante carriera di questo straordinario uomo politico italiano.

Il giovane Giorgio Almirante fu tra i firmatari nel 1938 del Manifesto della razza e dal settembre 1938 fu segretario di redazione de «La Difesa della Razza», rivista diretta da Telesio Interlandi che uscì col primo numero il 5 agosto del 1938 e venne stampata, con cadenza quindicinale, fino al 20 giugno del 1943 per rilanciare l’antisemitismo in termini molto più espliciti ed aggressivi di quanto non fosse mai accaduto in precedenza.

«Il razzismo – scriveva il futuro segretario del MSI – ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore». «Altrimenti – scriveva ancora Almirante – finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue».
Peccato però che durante il suo periodo nella RSI, Almirante salvò l’amico ebreo Emanuele Levi, nascondendolo assieme alla famiglia. Lo stesso Levi ricambiò poi il favore, nascondendo Almirante dopo il 25 aprile, nel periodo in cui lo stesso aveva scelto di stare in clandestinità. Questo rapporto di amicizia e aiuto viene spesso citato da esponenti di destra ed ex missini come un fatto positivo, una prova del buon cuore di Almirante, che ricorda tanto lo slogan “italiani brava gente”.

La domanda che ci viene spontanea è molto semplice: e tutti gli ebrei che non erano amici di Almirante, che fine hanno fatto? Classica doppiezza fascista: regole ferree per tutti, ma se sei amico delle persone giuste, una soluzione si trova.

Quando l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale, Almirante partì volontario per l’Africa settentrionale, dove si guadagnò la croce al merito di guerra. Alla fine del 1941 lasciò il fronte e due anni dopo, in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 aderì alla costituzione della Repubblica Sociale Italiana arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Il 30 aprile 1944 Almirante fu nominato capo gabinetto del ministero della Cultura Popolare presieduto da Fernando Mezzasoma. Divenne poi tenente della brigata nera, dipendente sempre dal Minculpop, occupandosi della lotta contro i partigiani, in particolare nella Val d’Ossola e nel grossetano.

Il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi.

Nel dopoguerra, Almirante tentò di sminuire il proprio ruolo nella RSI, “come se il posto occupato a Salò fosse stato un impiego come un altro e la sua divisa da brigatista nero un obbligo dovuto alle circostanze” (cit. Carlo Ricchini, ex Redattore Capo e Direttore Responsabile de L’Unità). Fortunatamente, il tempo e gli sforzi di molti durante vari e difficili processi hanno permesso di scoprire finalmente le prove della partecipazione diretta di Almirante alla repressione antipartigiana, da lui sempre tenuta nascosta.

Come anticipato precedentemente, dopo il 25 aprile 1945 e fino al settembre 1946, pur non essendo ufficialmente ricercato scelse di rimanere in clandestinità, anche facendosi aiutare dall’amico ebreo Emanuele Levi.

Nell’’autunno del 1946 tornò a Roma, dove partecipò prima alla fondazione del Mius, il Movimento italiano di unità sociale, e poi, nel dicembre del 1946, con Pino Romualdi e Augusto de Marsanich, a quella del Movimento sociale italiano, partito che rivendicava orgogliosamente il proprio legame con il fascismo. Ne divenne il 15 giugno 1947 segretario della giunta esecutiva, e dal ’48 segretario nazionale. Manterrà tale carica fino al gennaio 1950.

In seguito ad un discorso pronunciato a piazza Colonna il 10 ottobre 1947, Almirante fu accusato di apologia del fascismo e il 4 novembre 1947 gli fu inflitta una condanna di 12 mesi di confino a Salerno. Giunto a destinazione, in ottemperanza allo stile “arcitaliano” (come il titolo di un recente documentario a lui dedicato), il questore della città gli comunicò la sospensione del provvedimento disposta dal questore di Roma.

Il 5 maggio 1958 al termine di un comizio a Trieste, Almirante fu denunciato dalla Questura per «Vilipendio degli Organi Costituzionali dello Stato».
Negli anni ‘60 Almirante, pur essendosi teoricamente allineato alle posizioni della maggioranza dell’VIII Congresso dell’MSI, rappresentò agli occhi dei militanti l’anima irriducibile e antisistemica del Movimento Sociale e, inoltre, costituì il punto di riferimento privilegiato per le frange dissidenti esterne al partito.
In pratica, per tutti gli anni ’60 e ’70 Almirante rimestò nel torbido degli ambienti sovversivi di estrema destra, sia per interesse personale, sia nell’ottica di impedire che tali movimenti si disperdessero.

Queste manovre diedero i propri frutti, in quanto da outsider (poichè malvisto dall’ala più moderata del partito), il 29 giugno 1969 Almirante tornò segretario dell’MSI. A seguito della sua elezione alla segreteria rientrarono nel partito parte dei dissidenti più estremi come Pino Rauti. Almirante operò immediatamente un riassetto organizzativo e ideologico del partito che fu definito come la “politica del doppiopetto”, e che rimase sempre in bilico tra le rivendicazioni dell’eredità fascista e l’apertura al sistema politico italiano. Nei fatti tenne un atteggiamento falsamente democratico e perbenista, che fece da maschera a ovvie tendenze illiberali.

Il 18 aprile 1970, durante un comizio di Almirante a Genova, avvenne un lancio di sassi e bottiglie ad opera di contestatori che volevano impedire il comizio stesso. Ugo Venturini, militante dell’MSI, morì colpito da una bottiglia.

In seguito a questo, Almirante dichiarò testualmente: «Se altri popoli si sono salvati con la forza, anche il popolo italiano deve saper esprimere qualcuno che sia disposto all’uso della forza, per battere la minaccia comunista.»

Evidentemente la rabbia per quanto accaduto smascherò quello che Almirante veramente pensava…

Ernesto De Marzio, capogruppo del MSI alla Camera ha raccontato di aver presenziato, nel 1970, ad un incontro tra Junio Valerio Borghese ed Almirante nel corso del quale quest’ultimo, alle richieste di adesione all’imminente colpo di stato avanzate da Borghese, avrebbe risposto: «Comandante, se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive: ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni».

Il 16 giugno 1971 il Procuratore della Repubblica di Spoleto Vincenzo De Franco chiese alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per i reati di “Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione“ ed “Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato”.

L’autorizzazione venne concessa il 3 luglio 1974 dalla Camera dei deputati, con la contrarietà del solo MSI. Il segretario missino aveva infatti affermato durante il congresso del partito, con chiaro riferimento ai regimi di Salazar, Papadopoulos e Franco: «I nostri giovani devono prepararsi all’attacco prima che altri lo facciano. Da esso devono conseguire risultati analoghi a quelli conquistati in altri paesi d’Europa quali il Portogallo, la Grecia e la Spagna». Mostrando una perfetta coerenza con questi fatti, nel 1973 Almirante si felicitò con Augusto Pinochet dopo il golpe contro Allende, venendo pubblicamente ringraziato dallo stesso generale.

Il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso della strage di Peteano in cui morirono 3 carabinieri, attirati con una trappola vicino ad un’autobomba – raccontò nel 1982 di un Almirante che procura 35.000 dollari al terrorista Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano, coautore della strage, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna con un intervento alle corde vocali. Tale intervento si rendeva necessario poiché Cicuttini, oltre ad aver collocato materialmente la bomba assieme a Vinciguerra, si era reso autore della telefonata che aveva attirato in trappola i carabinieri e la sua voce era stata identificata mediante successivo confronto con la registrazione di un comizio del MSI da lui tenuto.
Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Pascoli verrà condannato per il fatto; Almirante invece, dopo un’iniziale condanna, si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare anche per sottrarsi agli interrogatori fin quando si avvalse di un’amnistia grazie alla quale uscì definitivamente dal processo.
Nel 1984 avvenne il famoso episodio dei funerali di Berlinguer, a cui Almirante a sorpresa partecipa, creando scalpore in tutta Italia.
Nel 1987 rinunciò per motivi di salute alla carica di segretario dell’MSI; morì l’anno successivo.

Alla notizia della sua morte, Indro Montanelli disse: «Se n’è andato l’unico italiano al quale si poteva stringere la mano senza paura di sporcarsi».

Appare evidente che il personaggio di Almirante, come quello di Montanelli medesimo d’altronde, abbia beneficiato di una importante opera di incensamento, sia prima che dopo la morte. Questo lavoro incessante da parte di politici e di parte dei mezzi d’informazione ha spesso calcato la mano sul fatto che fossero personaggi particolarmente “italiani”, nei modi e nei pensieri. Siamo d’accordo con questa analisi solamente se pensiamo allo stereotipo dell’”italiano”: opportunista, servo del potere e da quest’ultimo sempre protetto; che utilizza sistematicamente due pesi e due misure, che mette davanti i propri interessi, occultando la verità e nascondendo sotto il tappeto gli ingombranti delitti commessi nel passato. Inflessibile a parole, ma nei fatti solamente quando le regole non riguardano lui o i propri affetti. Codardo, che non lesina l’utilizzo di ogni mezzo pur di sfuggire dalle proprie responsabilità. In una parola, fascista; stando però sempre attento a rimanere nazionalpopolare, ad esempio andando al funerale del proprio nemico, con un gesto salvifico e di riconciliazione, che avrebbe dovuto lavare tutti i peccati commessi.

Per noi e per tutte le persone con memoria e onestà, le mani di Almirante sono e saranno per sempre sporche di sangue.

 

Fonti

https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/30/se-napolitano-riabilita-almirante-ripassiamo-un-po-di-storia/1044902/

https://www.corriere.it/politica/08_maggio_28/parole_almirante_df2e6142-2cc0-11dd-8f6e-00144f02aabc.shtml

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/biografia.aspx?id=53

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/10/07/una-via-per-craxi-non-basta.html

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/29/almirante-gli-scheletri-di-salo.html

http://www.destra.it/su-almirante-la-senatrice-segre-sbaglia-tutto/

Piero Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, Bologna, il Mulino, 1989

Giuliana de’ Medici, Le origini del M.S.I. (1943-1948), ISC, Roma, 1986, pag. 61

Gian Antonio Stella, Strage di Peteano, la grazia sfiorata, in Corriere della Sera, 10 febbraio 2005.

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