Reggio Emilia: dal fascismo alla Liberazione (parte I)

17 Maggio 1945

La guerra era finita da pochi giorni, Reggio Emilia era stata liberata dai partigiani nel pomeriggio del 24 aprile. Il 17 maggio la situazione era ancora molto tesa, soprattutto a causa delle centinaia di prigionieri fascisti reclusi, fra loro parecchi criminali torturatori.

Quel giorno, diretto al nord, transitava per Reggio Emilia Palmiro Togliatti, forse allora più noto tra i comunisti come compagno Ercoli.

Era la sua prima visita come ministro della giustizia; i motivi della sua sosta in città erano molti ma in questa occasione ne prenderemo in considerazione soltanto uno. Togliatti effettuò pubblicamente un brevissimo saluto dal balcone della federazione del PCI, allora situata in via Cairoli.

Un colloquio riservato. Anzi, due

Togliatti si appartò a colloquio con il prefetto di Reggio Emilia, Vittorio Pellizzi del Partito d’Azione, che gli chiese, del tutto tranquillamente come se la risposta fosse scontata, di poter procedere alla fucilazione dei fascisti incarcerati.

Prefetto Vittorio Pellizzi
Prefetto Vittorio Pellizzi

Non è noto se intendesse ucciderli tutti o solo quelli responsabili di violenze. La risposta lasciò Pellizzi allibito: Togliatti disse che non era possibile, bisognava procedere in modo regolare, con processi regolari e con clemenza.

Il prefetto Pellizzi riferì delle direttive agli altri dirigenti del CLN che, a dir poco, rimasero senza parole. Analoga sorpresa vi fu da parte di numerosi comandanti partigiani che lo aspettavano all’uscita, convintissimi che “Ercoli” avrebbe manifestato ben altra opinione, diciamo meno clemente! Ma così non fu.

 

 

 

 

 

 

Piena autonomia… per poco

La situazione era sicuramente complessa in quel maggio 1945 e soprattutto erano presenti a Reggio Emilia gli anglo-americani, i quali fin dal momento del loro arrivo avevano avvertito il CLN che gli avrebbero lasciato piena autonomia solo per qualche giorno. Cosa significasse “piena autonomia” lo immaginiamo tutti, e certamente ci furono numerosi episodi in tal senso.

La maggioranza dei partigiani tuttavia propendeva per “regolari” processi, mai immaginando quel che poi sarebbe successo (pene irrisorie per noti criminali, amnistia e scarcerazioni).

Formazione partigiana
Formazione partigiana

Torniamo a Togliatti: lui aveva ben presenti gli aspetti geopolitici internazionali e c’era anche chi glieli ricordava quotidianamente, compreso il compagno Stalin. Che, come riportato in numerosi verbali di riunioni dell’Internazionale, ebbe modo spesso di soffermarsi sulla situazione italiana.

Circa vent’anni prima

Stalin era sempre rimasto meravigliato constatando come, in Italia, il regime fascista avesse un grande consenso di massa (e indirettamente questa convinzione costituiva un’accusa pesante nei confronti del gruppo dirigente del PCI, evidentemente incapace secondo lui di attrarre le masse). Togliatti certo si trovava in una difficile posizione, consapevole che punire tutti i fascisti, dato l’elevato numero, sarebbe stata un’impresa ardua se non impossibile, anche alla luce dei nuovi equilibri delineatisi con gli accordi di Yalta tra l’URSS e le forze angloamericane. Si arrivò così alla contestatissima legge sull’amnistia ai detenuti fascisti (di cui riparleremo).

L. Arski

(Continua qui)

 

 

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