Della battaglia di Fabbrico, del compagno “Sertorio” e dei nostri martiri

L’inverno del 1945 è un inverno difficile per la Resistenza che, ferme le operazioni belliche degli alleati sulla Linea Gotica, si trovò a fronteggiare i nazifascisti con le proprie sole forze in condizioni durissime. Rastrellamenti e delazioni misero a dura prova anche le formazioni partigiane nel reggiano che subirono perdite importanti.

Nel solo mese di febbraio del 1945 furono 63 i patrioti assassinati dai fascisti in rappresaglia alle azioni partigiane che, nonostante tutte le difficoltà e l’attesismo di parte del CLN vinto poi dalle pressioni e insistenze del Partito Comunista Italiano, ripresero senza tregua le azioni di sabotaggio e di guerriglia.

Così i nazisti comunicavano sulla stampa fascista locale il 17 di febbraio:

 

A TUTTI

Negli ultimi tempi, nella provincia, sono aumentati gli atti di sabotaggio ai danni degli impianti, delle comunicazioni e dei trasporti. Il comando germanico è deciso a reagire con tutti i mezzi e con la massima rigorosità contro questi atti terroristici. [..] Sarebbero evitati se la popolazione, con senso di civismo e di educazione, cercasse di impedirli collaborando con l’Autorità [..]

Da ora in avanti gli abitanti di una zona dove si verificano danni [..]saranno dichiarate direttamente responsabili e rimandati al giudizio del tribunale germanico di guerra. Saranno altresi ritenuti colpevoli di opera partigiana gli abitanti delle case in un raggio di Km.1 nelle zone dove si troveranno affissi manifesti sovversivi [..].

 

Purtroppo per i nazisti e i traditori fascisti, la popolazione reggiana era ormai priva di “senso civico e di educazione” e il sostegno di cui godevano i partigiani era sempre più largo e consolidato. Così’ accadde anche il 26 di febbraio a Fabbrico, piccolo comune della bassa reggiana.

Un gruppo di squadristi della Brigata nera di Novellara, dopo aver montato un mitragliatore a terra, iniziarono a fermare, controllare e minacciare chi si trovasse per strada chiedendo con insistenza informazioni sui partigiani: informazioni che non arrivarono e che costrinsero i fascisti a tornare a Novellara.
Sulla via del ritorno trovarono però sappisti e gappisti del luogo, che informati da una staffetta di quanto stava accadendo, attaccarono l’automezzo costringendo i fascisti a rifugiarsi in un casolare vicino. Nel violento scontro a fuoco tra partigiani e nazifascisti caddero due graduati tedeschi, quattro militi e un capitano della Brigata nera: solamente la minaccia degli ultimi fascisti ancora asserragliati nel casolare di uccidere tutti gli abitanti fece desistere gli attaccanti, che si ritirano allora con armi e munizioni sottratte al nemico.

Il mattino del 27 febbraio più di un centinaio di militi occuparono il paese: presero in ostaggio numerosi civili sotto la minaccia delle armi spianate, ostaggi tra cui erano presenti donne, vecchi e bambini. Il diktat era di farsi consegnare in cambio, pena la fucilazione degli ostaggi, il capitano della Brigata nera (in realtà già morto) entro le ore 14,30. I fascisti, verso le 14, uscirono dal paese avanzando su due file ai lati della strada, inframezzati da 22 ostaggi che sarebbero stati assassinati nel luogo dello scontro a fuoco avvenuto il giorno precedente.

Trovarono sulla strada i patrioti di Fabbrico, Rolo e il Distaccamento di Rio Saliceto che, organizzando un’azione clamorosa in un territorio occupato e in campo aperto, ingaggiarono un conflitto a fuoco che durò ininterrottamente fino alle 18 riportando una vittoria schiacciante.

Secondo una relazione del tempo, redatta dal Comando partigiano, i fascisti riportarono le perdite di una trentina di morti e di circa altrettanti feriti. Vennero inoltre recuperate pistole  e moschetti,  distrutti 2 autocarri e 3 vetture. Nella battaglia venne ucciso anche un maggiore della Gestapo, ispettore delle provincie di Reggio,Parma e Modena, sopraggiunto per coordinare le operazioni antipartigiane. Dal lato della Resistenza caddero purtroppo però i partigiani e patrioti Leo Morellini, Pietro Foroni e Luigi Bosatelli, nonché l’ostaggio Genesio Corgini.

La popolazione di Fabbrico quella sera si abbandonò alla gioia, accogliendo gli ostaggi riusciti a fuggire e rientrati in paese con la notizia che i partigiani stavano avendo la meglio: un colpo durissimo inferto al regime fascista e al suo alleato nazista.

Nello stessi concitati giorni, qualche chilometro più a ovest, sulla statale 63 tra Cadelbosco di Sopra e S.Vittoria vennero assassinati 10 patrioti prelevati dalle carceri fasciste, per vendicare l’attacco subito il 26 febbraio ad opera dei gappisti locali.

Tra gli altri cadde Paolo Davoli Sertorio”, Intendente del Comando Piazza, dirigente politico comunista e organizzatore di squadre armate.

Paolo Davoli
Paolo Davoli

Catturato ad inizio dicembre, subì inumane torture nella famigerata Villa Cucchi: in condizioni ormai pietose cercò di suicidarsi gettandosi da una finestra lasciata aperta dagli aguzzini, per evitare di parlare. Si spezzò una gamba (non curata e poi lasciata andare in cancrena dai carcerieri) fu ripreso e ferocemente torturato di nuovo: i fascisti ne dilaniarono il corpo  per più giorni nella speranza di farlo parlare, per strappargli i nomi dei compagni del P.C.I. e dei membri del C.L.N., ma Sertorio si lasciò torturare ed uccidere, pur di non fare un solo nome.

Ondina Davoli riconobbe in seguito il corpo del fratello, per un cicatrice che aveva sotto al mento e per il panno con il quale era coperto che portava il suo nome.  Prima del seppellimento gli fu trovato addosso un biglietto dal quale traspariva tutto il suo amore per la libertà e l’incrollabile fede nei propri ideali:

”Cari genitori, vado a morire, la mano non mi trema, non pensate a me, uccidono me, ma non l’idea. Evviva la libertà. Vostro Paolo”

A Paolo Davoli, ai partigiani caduti in combattimento, ai gappisiti, ai sappisti, alle staffette, a tutta la popolazione che ha sostenuto, sfamato e nascosto i Resistenti, dobbiamo tanto. Probabilmente molto di più di quanto stiamo dimostrando di meritare: un gesto importante è sicuramente quello di tenere viva la fiamma ardente della memoria, che ci guidi e ispiri in questi giorni difficili.

 

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